Sette comuni e un vino misterioso.

 

La celebre frase «C’era una volta» potrebbe essere l’inizio perfetto per questa storia, una fiaba che vede protagonista un vino particolare, oggi ricercato e apprezzato a livello internazionale ma la cui storia inizia solo nella seconda metà del secolo scorso. Una fiaba che è realtà. Come il brutto anatroccolo, c’era un tempo in cui nessuno credeva in lui. Poteva giusto essere un vino da tavola, al più da utilizzarsi per tagliare altri vini. Nient’altro. Ma ad un certo punto il flusso degli eventi mutò direzione.

 

veduta delle colline monferrato

Il prete vignaiolo.

Camminando tra sentieri polverosi che si inerpicano lungo ripide colline, ci apprestiamo a scoprire un vitigno autoctono tra i più rari, dal quale si produce l’omonimo Ruchè di castagnole Monferrato DOCG. Già l’etimologia del nome è ancora oggi un grande interrogativo. Secondo alcune fonti, il nome sembrerebbe derivare da un convento di monaci benedettini dedicato a San Rocco, situato in tempi remoti nelle vicinanze di Castagnole Monferrato. Altre fonti invece, collegano la radice del nome alla posizione arroccata delle vigne. Di fatto non si è ancora giunti a un parere unanime. Quello che si sa è che agli inizi degli anni Settanta qualcuno credette finalmente nelle potenzialità di questo vino e iniziò a vinificarlo, tra l’incredulità e lo scherno di molti compaesani.

Don Giacomo Cauda, arrivò a Castagnole Monferrato nel 1964. Quando si stabilì nei locali parrocchiali si accorse di alcune vigne, di proprietà della Parrocchia, in uno stato di completo abbandono. La sua indole contadina ebbe la meglio e il prete vignaiolo iniziò a dedicarsi, tra i vari impegni pastorali, alla lavorazione della terra, salendo appena possibile sul suo trattore per recarsi nella vigna. Furono in molti a quel tempo a non comprendere la sua intuizione, definendolo un illuso, un sognatore. Ma si sa, i grandi successi nascono sempre da un sogno, da una visione. Il vino inizia ad essere apprezzato e venduto, tanto che, con il ricavato della sua «attività», don Giacomo può creare l’oratorio del paese e anche ristrutturare la canonica. E la storia, negli anni successivi, diventa quella di un successo non annunciato.

Gli anni del riconoscimento.

La tenacia del parroco, che incoraggiò anche altri viticoltori a coltivare questo vitigno e produrre Ruchè, fu premiata: nel 1987 arrivò la Denominazione di Origine Controllata, che diventò Docg nel 2010. Una storia che appare ancora tutta da scrivere. Di certo il Ruchè ha contribuito a far conoscere questo angolo di Monferrato, dalla bellezza mozzafiato, ben oltre i confini nazionali. Un territorio che, come si diceva all’inizio, coinvolge solo sette comuni: Castagnole Monferrato, Montemagno, Grana, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi. Una coltivazione che si estende per circa 150 ettari e una produzione che ha raggiunto il milione di bottiglie. Solo qui si può produrre questo vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita, dal colore rosso rubino che al gusto ricorda lamponi, more e prugne con accenni di pepe nero.

 

meridiana del vino castagnole

I sette paesi.

Conoscere i luoghi del Ruchè significa fare un viaggio tra natura e storia, ricetti medioevali, imponenti castelli da fiaba e massicce mura che si innalzano in lontananza tra i filari. Immagini antiche ma sempre nuove catturano uno sguardo stupito, che tra terrazze e vicoli cattura scorci di villaggi arroccati sulle cime delle colline in lontananza. Ecco Viarigi, con la sua caratteristica Torre dei Segnali, conosciuta anche come la Torre "delle vedette", di origine medioevale, che è simbolo di un paese affascinante, arroccato sulla ripida collina. Poi Montemagno, un antico borgo che risale all’anno mille adagiato su un colle alla cui sommità si trova il poderoso castello, con tanto di fossato e ponte levatoio. Grana, piccolo paese adagiato su dolci colline dove svetta l’imponente Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta. E Scurzolengo, sede anch’esso di un poderoso castello, situato tra Portacomaro e Castagnole Monferrato, il cuore della zona. Qui, nella piazza centrale, si può ammirare la meridiana dedicata al vino più grande al mondo. E dalla piazza, percorrendo la cinta muraria, i resti delle antiche mura, della torre e delle arcate trecentesche in tufo, delle antiche abitazioni, risalenti addirittura al Quattrocento.

Non può lasciare Castagnole Monferrato senza degustare i piatti della tradizione, tra i quali spicca il risotto al Ruchè, preparato con cura e passione da Francesca alla Culla di Bacco. Ma questa è un’altra storia.

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