Il Convento, i limoni, le acciughe.

 

Adagiato lungo le rive del torrente Burranco, al termine della sua corsa verso il mare, il piccolo borgo di Monterosso sonnecchia compiaciuto ricordando come tutto ha avuto inizio, quando distruzione e paura furono seme sparso per una nuova nascita. La sua nascita. 

convento monterosso vista mare

Ben più di mille anni fa, ai tempi della dominazione Longobarda, furono in molti a scappare dai villaggi assediati e distrutti dagli invasori. Da uno di questi, dalle alture dell’Appenino Ligure, scesero fino alla foce del Burranco coloro che fondarono i primi insediamenti, il seme che iniziò a germogliare. Ben presto però il pericolo arrivò dal mare. Ci fu allora il tempo della costruzione delle torri, dalle quali si scrutava il l’orizzonte, là dove acqua e cielo sembrano confondersi l’uno dell’altra, per cogliere l’arrivo dei pirati saraceni. E ci fu il tempo delle contese tra la Repubblica di Pisa e quella di Genova, quando lo sviluppo economico della popolazione del borgo si basava sulle coltivazioni dei limoni e della vite e sulla pesca. E le lotte tra le diverse fazioni della comunità monterossina, fratture che parevano insanabili.

convento monterosso veduta mare

Ma arrivarono i frati. Portarono la pace. Gettarono le basi per un legame che ha attraversato quattro secoli. Tanto è passato da quando venne posta la prima pietra del nascente Convento dei Cappuccini, su un terreno donato come ringraziamento per aver riportato la pace tra le fazioni del borgo. Cuore pulsante del borgo che ancora oggi sembra ricevere linfa vitale proprio da quel Convento, da ciò che rappresenta, da chi lo abita e ne fa luogo di incontro, condivisione, accoglienza. 

Salendo sul promontorio sulla cui cima sorge il Convento, mentre lo sguardo sembra sospendersi nell’incontro tra cielo e mare, rapito da quell’infinito che da sempre affascina e intimorisce, passo dopo passo, la roccia da un lato, l’acqua dall’altro, è inevitabile sostare ad ammirare una natura che, generosa, non si è risparmiata in nulla. Nemmeno nel suo darsi per farsi abitare, per farsi luogo vissuto, cornice dell’operare umano. 

convento monterosso chiesa

Molto amati dagli abitanti, sempre presenti per ogni esigenza spirituale e materiale, i frati sono stati una presenza fissa per il paese, tranne che per pochi decenni disseminati nel dispiegarsi delle vicende storiche del borgo. Un’idea di generosità e accoglienza caratteristica della spiritualità francescana, capace di coinvolgere tutta la comunità. Non è una questione religiosa, ma è la concretezza di parole vissute davvero. Di gesti autentici. Di legami intessuti nel corso dei secoli. Come quando nel 1854, durante l’epidemia di colera i frati si sono uniti al parroco per assistere i malati. O ancora, quando, nel 1895 è stato un sacerdote a permettere ai frati di rientrare al Convento che gli era stato confiscato, riscattandolo con i propri personali risparmi.

convento monterosso tramonto

Trascorrere qualche giorno al Convento significa immergersi nei profumi e nei colori di questa terra, tra la limonaia e il paradiso, ovvero l’orto dei frati, e la brezza tiepida che accarezza il viso seduti sulla terrazza a contemplare il mare. Non è difficile pensare a come un giovane Eugenio Montale, che qui a Monterosso  trascorreva le sue estati, abbia potuto scrivere un capolavoro letterario come “I limoni”. Limoni che sono divenuti, insieme alle acciughe, uno dei simboli del paese. 

 

Per approfondire:

https://conventomonterosso.it/

Lettura -> Andiamo ai frati. Il convento dei cappuccini di Monterosso attraverso le memorie dei suoi abitanti. Una ricerca narrativa.

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